Mi chiamo Agata Mazzeo.

Apparentemente non ho alcun legame con l’amianto né con le patologie ad esso correlate.

Apparentemente, già.

In realtà la pericolosità dell’amianto quasi mai appare, in maniera lampante, evidente.

La pericolosità, piuttosto, si fa tanto più forte quanto più è nascosta, invisibile, subdola.

In realtà, penso di avere un legame forte con le problematiche riguardanti l’amianto, o meglio, l’esposizione all’amianto.

Mi sono avvicinata all’Associazione Familiari Vittime Amianto di Bari in occasione della ricerca per la tesi di laurea in Antropologia Sociale dei Saperi Medici.

Ho studiato a Bologna, ma sono tornata “a casa”  per approfondire la conoscenza di una realtà atroce e lacerante, una realtà quotidiana che interessa una città intera.

Una quotidianità fatta di visite mediche, cicli di chemioterapia, interventi chirurgici, viaggi lontani, dolore e perdite.

Io ho avuto la possibilità di raccogliere ,discretamente ,solo alcune delle storie legate alla città di Bari, ma tante, purtroppo se ne possono trovare sparse per l’Italia e per il resto del mondo.

Ciò che mi ha spinto ad indagare l’esperienza della malattia provocata dall’esposizione ambientale all’amianto, nel caso particolare dell’amianto aerodisperso a partire dal “sito Fibronit”, è stata l’urgenza avvertita di rendere visibile ciò che troppo spesso resta invisibile nei diversi discorsi sulla questione amianto.

Invisibili spesso rimangono gli uomini e le donne che hanno pagato sulla loro pelle il prezzo di dinamiche di potere basate sulla logica del profitto in base alle quali, negli anni, si sono stabiliti parametri, adottate irrisorie misure di sicurezza, avviate attività edilizie sfrenate in nome di una presunta innocente ignoranza della pericolosità derivante dall’esposizione delle fibre d’amianto  per l’uomo, nonostante i primi studi scientifici a riguardo risalgano alla seconda metà dell’Ottocento.

Nella nostra società fortemente individualistica l’uomo è solo e la solitudine diviene ancora più difficile da sopportare nei momenti di sofferenza. Essa troppo spesso sfocia nell’invisibilità , e chi soffre muore un po’ alla volta, in isolamento.

L’Associazione Familiari Vittime Amianto di Bari cerca di contrastare l’isolamento, l’abbandono.

Pian piano sta creando una rete di relazioni sociali forte e diffusa, occasioni di formazione e informazione volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione dell’amianto, a Bari e non solo, a fornire delle indicazioni pratiche a coloro che s’imbattono nella più grave delle malattie provocate all’esposizione all’amianto: il mesotelioma pleurico.

Cerca di rendere visibile e condivisibile ciò che troppo spesso si vuole tenere nascosto e per questo sembra non esistere. Quando si parla di numeri, casi, probabilità si parla di uomini e donne, madri e padri, più o meno giovani, più o meno in là con gli anni.

Essi esistono, con le loro vite, occupazioni, pensieri, sogni e angosce, e soprattutto con il dolore, indescrivibile e incomunicabile.

Non sapevano del rischio che hanno corso tutta una vita.

Qualcuno ha fatto in modo che non sapessero o che non avessero la consapevolezza tale per mettersi in guardia.

Chi avrebbe mai immaginato? Amianto, asbestosi, mesotelioma… malattie da fabbrica.

In Italia l’amianto è stato messo al bando dal 1992, eppure è ancora un po’ dappertutto.

Gli epidemiologi dicono che fra una decina d’anni ci sarà il picco delle morti in Italia provocate dall’esposizione alle sue fibre.

L’Associazione può essere un utile strumento per rendere la cittadinanza più attenta e sensibile a tale questione.

Io stessa, grazie ad essa, ho avuto la preziosa opportunità di incontrare persone che hanno speso le loro ultime energie per ribadire la necessità di agire insieme, di ritrovarsi, perché non si osi negare la forza che ancora si sprigiona da un corpo che non vuole rassegnarsi ad essere soltanto una vittima, ma che proprio attraverso il suo strazio vuole lasciare a chi resta un monito e un messaggio di speranza per il futuro.

Agata Mazzeo

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