Pubblicato da admin il 10 dicembre 2014
Bambolina della Speranza

Bambolina della Speranza

Si raccolgono fondi per la ricerca su molte patologie tumorali,per il mesotelioma poco si fa e quel poco , spesso, viene devoluto a medici o ricercatori che hanno poca esperienza della malattia. Il G.I.Me.( Gruppo Italiano Mesotelioma)  coordinato dal Prof. Luciano Mutti è fuori dai finanziamenti della rete nazionale di recente costituzione  nonostante negli ultimi anni abbia  prodotto trials clinici  di una certa efficacia e meritevoli di approfondimenti sia da parte delle società farmaceutiche che  da parte del Ministero della Salute. 
Anche le Fondazioni private che finora l’avevano sostenuto, hanno preferito finanziare i progetti di altre strutture ,con nomi e addentellati politici che il GIMe non ha voluto  per non avere conflitti d’interesse essendo prioritario ,per questi ricercatori indipendenti, l’ interesse e la salute del paziente. Ci riferiamo alla sperimentazione che più di altre ha dimostrato una certa efficacia ,la combinazione di Gemcitabina e Imanitib ( Gleevec) , queste stesse strutture  non solo non hanno l’onestà di ammettere che si tratta di un rifacimento di una sperimentazione  che appartiene al Gime  ( fonte ClinicalTrials.gov) il cui protocollo è superato  non tenendo   conto degli aggiornamenti nel frattempo  intervenuti , ovvero la non necessità del marcatore PDGF Beta per l’arruolamneto  e la ridotta posologia dell’Imanitib  , ma confermando invece la formulazione iniziale , ottengono  il risultato di escludere  moltissime persone  a cui la combinazione potrebbe  dare risposte positive  sia in termini di riduzione  che di stabililizzazione dell malattia.
A questo proposito i giorni 13 e 14 dicembre presso la Parrocchia San Sabino  di Bari si terrà una vendita della” bambolina della Speranza” ideata e fatta con le mani di una nostra associata coinvolta nella malattia,il ricavato  della vendita e della raccolta  fondi sarà devoluto al GIMe per la ricerca clinica e preclinica sul Mesotelioma.
                                           
                        Sostenendo la Ricerca vogliamo condividere la Speranza con Tutti.
 

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Pubblicato da admin il 23 novembre 2014

Dare voce a chi non l'ha più...Abbiamo sempre guardato a Casale Monferrato come al più importante esempio collettivo di sensibilità ambientale contro l’amianto e all’Associazione Famigliari Vittime Amianto ( AFEVA) un modello da seguire nella lotta della messa al bando dell’amianto.

Anche la nostra città Bari , al pari di Casale Monferrato , è martoriata da un terribile disastro umano e ambientale essendo vittima degli effetti patologici dell’amianto, causati dalla dispersione delle fibre prodotte per tanti anni in massima parte dalla Fibronit  fabbrica di cemento amianto, come la Eternit .

A noi , vittime dell’amianto di Bari, sfugge la logica secondo la quale “un giudice sottoposto alla legge tra Giustizia e Diritto deve scegliere il Diritto” con ciò annullando per intervenuta prescrizione la condanna per disastro ambientale  in nome di un  astratto tecnicismo che rimuove la realtà, “ le morti non fanno parte del disastro ma sono un effetto…quel che perdura è l’effetto, non il disastro” .

Questo è il  tenore del ragionamento fatto dalProcuratore Generale  nella sua requisitoria, considerando il dolore, la sofferenza e la morte delle persone coinvolte nelle patologie tumorali dell’amianto, il mesotelioma, come una sorta di  effetto collaterale, il colpo di coda di una condotta criminale andata in prescrizione.

La sentenza della Cassazione rigettando l’ipotesi accusatoria del “disastro ambientale permanente“  ed escludendo gli effetti della stessa, ha messo in discussione  il ruolo stesso di Giudice negando la “duttilità” interpretativa della propria funzione anche se ciò confligge con il senso di giustizia “la prescrizione non risponde ad esigenza di giustizia sociale ma stiamo attenti a non piegare il diritto alla giustizia sostanziale, il diritto costituisce un precedente, piegare il diritto alla giustizia oggi può fare giustizia ma è un precedente che domani produrrà mille ingiustizie” portando il ragionamento a sconfessare le precedenti sentenze che per certi versi tentavano di coniugare, in mancanza di un disposto normativo, Diritto e Giustizia definendole “sfuggente figura di reato ad evento permanente”.

Ci auguriamo che il clamore e lo sdegno per questa sentenza che da un lato non ammette il reato di disastro ambientale e dall’altro ammette la colpevolezza dell’imputato “il giudice deve sempre tentare di calare la giustizia nel diritto se è convinto della colpevolezza deve sempre cercare di  punire un criminale miliardario che non ha neppure un segno di umanità e prima ancora di rispetto per le sue vittime, ma ci sono dei momenti in cui diritto e giustizia vanno da parti opposte.possa portare ad una normativa che sappia coniugare sia il Diritto che la Giustizia come la stessa Corte ha ammesso di non aver ottemperato con la sentenza del 19 novembre 2014.

L’esempio di composta reazione dell’intera comunità di Casale Monferrato e dell’associazione famigliari vittime dell’amianto  possa continuare ad essere un modello di sensibilizzazione per tutte le associazioni, per bandire nel mondo intero l’utilizzo dell’amianto e possa servire alla bonifica dei territori inquinati e fare da sprono per una svolta nella  ricerca  scientifica, per addivenire al più presto ad una cura del mesotelioma affinché non possa esservi più “latènza” sia della malattia che della Giustizia nel senso che possa al più presto emergere.

Dobbiamo essere grati a Casale Monferrato.

Lillo Mendola

Associazione Familiari Vittime Amianto Bari

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Pubblicato da admin il 27 aprile 2014

Nove è il numero delle ricorrenze, come nove sono gli anni in cui la parola mesotelioma riecheggia nella mente, come una sorta di spartiacque esistenziale, riconduce  alla sensazione d’impotenza  provata nel momento in cui questa malattia viene diagnosticata , il solo nominarla ne  riprovoca  il corto circuito dell’anima

Casale Monferrato 28 aprile 2011

in ricordo delle vittime dell’amianto

Il 28 Aprile di ogni anno ricorre la giornata del ricordo delle vittime dell’amianto proposta nel 2005 dall’ABREA (associazione brasiliana esposti amianto)  assunta e ribadita come tale  dalla Prima Conferenza Europea sull’Amianto in concomitanza della Giornata Mondiale della Salute e della Sicurezza dei Luoghi di Lavoro.

“Tutto cominciò il 10 giugno del 2005.” Così inizia la testimonianza consapevole, v’è sempre una data che resta indelebile in ciascuna vittima dell’amianto e proseguiva ” la mia vita, la sua prospettiva cambiò, radicalmente e brutalmente” fino a spezzarne il progetto.

La ricorrenza, in concomitanza della Giornata della  Salute e della Sicurezza, sembra un paradosso per una patologia indotta dalla mancanza di tutela sia dell’una che dell’altra.

Noi vorremmo  che questa  giornata non servisse solo a “ricordare” le vittime , ma che fosse l’occasione per mettere a fuoco i tanti problemi irrisolti con tutto ciò che riguarda  l’amianto ed i suoi effetti patologici.

Bonifica, mappature, piani per lo smaltimento, discariche sono più di vent’anni che se ne discute e sia pur con ritardo ,la legge istitutiva è del 1992, la nostra regione ne  ha adottato il  Piano Regionale Amianto.

Faticosamente ,grazie alle lotte di una cittadinanza sempre più attiva, si è riusciti ad imporre che nel sito d’interesse nazionale (S.I.N.)  Fibronit non si costruisse e che si ponessero le basi per un grande Parco, che con l’auspicio di tutta la popolazione, verrà chiamato della Rinascita .

 Fibronit  la zona è inquinata ma non si specifica di cosa

Fibronit la zona è inquinata ma non si specifica di cosa

Giuseppe Armenise nel suo primo Romanzo ” Pane e Amianto,girotondo di una città sopra un milione di vite” ha ben presente il dramma di operai e cittadini che vivevano attorno alla fabbrica e che per anni hanno respirato l’aria contaminata dalle fibre cancerogene dell’amianto . Il cronista puntuale in quest’opera prima  lascia il posto allo scrittore  e racconta “ a futura memoria” e mai come in questo caso, per dirla con Leonardo Sciascia, ” la memoria ha un futuro “ poichè narra di  una vicenda, la fibronit di Bari , che ha toccato e continua a toccare la carne viva dei suoi abitanti.

Ci sono voluti l’impegno amministrativo di questi ultimi nove anni perché  si ponessero  le basi per poter scrivere la parola fine alla vicenda Fibronit, ma con la bonifica,purtroppo, non si pone fine al dramma di coloro i quali ne sono coinvolti o che lo saranno. A questa sofferenza, attuale e futura, i regolatori dovrebbero dare risposte specifiche e mettere in atto tutta una serie di azioni affinché  non se ne perpetuino  gli effetti patologici.

Allo stato attuale la nostra legislazione configura vittime di prima serie  e seconda serie.  Si riconosce poco ,in rapporto alla perdita di una vita umana, agli esposti di tipo “professionale” e nulla a coloro che perdono la vita a causa di una esposizione di tipo  “ambientale”.  Ora  essendo  bandita la lavorazione dell’amianto e, sulla carta, l’esistente dovrebbe essere smaltito, sempre più gli esposti di tipo ambientale saranno in soprannumero rispetto a quelli di natura professionale aggiungendo, alla paritaria sofferenza, la beffa di nessun tipo di azione risarcitoria.

La consapevolezza del rischio amianto ,gli effetti patologici stratificati nel tempo che questo comporta, non è a tutti chiaro ed è qui che la cittadinanza attiva gioca un ruolo essenziale per l’opera di sensibilizzazione . La latenza della malattia sminuisce l’emergenza sanitaria, i morti diventano “invisibili” tanto che l’esigenza di eliminarne le cause o di approntare delle ricerche scientifiche per trovare una cura passano in secondo piano. Spesso gli amministratori, per non creare allarmismi, non hanno il coraggio di chiamare le cose con il loro nome ,il fenomeno viene ovattato.amianto

Il caso della Fibronit in questo senso  è paradigmàtico , s’è fatto in questo caso il  girotondo delle parole :  a tutt’oggi  non esiste una dicitura che evidenzi la presenza dell’amianto , così facendo  le vittime del male d’amianto  appaiono come se fossero colpevoli del male stesso.

Ed invece bisogna essere chiari e diretti anche nella campagna di sensibilizzazione:

  “eliminare l’amianto prima che l’amianto elimina te!”

La battaglia contro l’amianto dovrebbe essere intrapresa tutti i giorni denunciando le località dove questo viene abbandonato o è situato  poiché  la tutela della Salute non è barattabile con il quieto vivere o con il ricatto dell’occupazione e degli interessi economici in generale.

Un discorso a parte merita  la ricerca sul mesotelioma dove persistono  criticità che non si affrontano con l’urgenza e competenza necessaria.

Fino a poco tempo fa ,il mesotelioma era considerata una malattia rara, i finanziamenti che la ricerca riceveva erano residuali perché da dividere con il finanziamento alla ricerca di altre patologie  rare.

La ricerca ha puntato molto sui dati epidemiologici e poco sulla ricerca preclinica e clinica e quel poco è stato   finanziato da Fondazioni private che a loro volta hanno finanziato gruppi di ricercatori su singoli progetti.

Sull’onda della risonanza mediatica del Processo Eternit si è organizzata la 2a conferenza governativa sull’amianto dove la ricerca clinica è risultata molto deficitaria puntando più sulla problematica inerente alla individuazione dei siti, dello smaltimento e della bonifica, problemi sicuramente importanti, ma che poco aiutano chi malauguratamente si trova coinvolto nella malattia.

Tenuto conto che il picco della malattia è prevista nel 2020 nel mondo i tumori da amianto stanno effettivamente avendo una impennata sia nel numero dei gruppi che se ne occupano sia nella qualità della ricerca condotta.

Tutto ciò al di fuori dell’Italia, anzi paradossalmente idee e ricerche italiane per mancanza di fondi sono costretti a farsi finanziare da altri stati  quali l’Australia ,Stati Uniti e Canada con il risultato che i nostri ammalati non possono aderire ed usufruire  di  queste sperimentazioni cliniche.

In conclusione il miglior modo per ricordare le vittime dell’amianto é  farsì che tutti gli sforzi vengano indirizzati alla ricerca di una cura ,e  fare in modo che i tentativi di  sperimentazioni cui gli ammalati si sottopongono non sia fine a se stesso ma che possano avvantaggiarsene coloro i quali si ammaleranno in futuro,  dimodochè   rimangano  “vivi” e non rientrare nel freddo numero delle statistiche del Registro  Nazionale Mesoteliomi.

A loro va il nostro pensiero.

Lillo Mendola

 

Pubblicato da admin il 3 dicembre 2013

Il diritto a non essere più confortati, Giuseppe Armenise, autore  del suo primo romanzo - Pane e amianto - ricorre ,per spiegarlo, a Pablo Neruda  :

“ Vivi nella mia assenza

come in una casa

E’ una casa sì grande l’assenza

che  entrerai dentro i muri

e appenderai i quadri nell’aria”

     

Il personaggio di Francesca, figlia di una vittima dell’amianto “ ne aveva abbastanza di conforto. Voleva che le fosse riconosciuto il diritto a non essere più  confortata. E voleva che questo diritto le fosse riconosciuto subito. Se la poesia ha un senso, il senso è quello di dilavare via i grumi del rancore. Spesso non è l’assenza che sentiamo, ma l’abbandono. E ne diamo colpa a chi se ne andato. Il papà di Francesca se n’era andato una mattina senza preavviso, con la stessa fatalità con la quale aveva affrontato ogni santo giorno a piedi la strada che separava la casa degli affetti dal lavoro delle certezze. Lungo la via aveva incontrato più volte, beffarda, senza che questa mai facesse le presentazioni, la trasfigurazione di una lusinga. Forte, seducente, infida lusinga. Lungo la strada, durante il lungo trascorrere della città che rotolava attraverso i binari della ferrovia dal quartiere Japigia a Madonnella, si era venuto formando lo spazio mentale dove albergavano insieme la sapienza del carnefice e l’intensità di slanci emotivi della vittima.”

girotondo di una città sopra un milione di vite. Fibronit per non dimenticareDa un episodio di cronaca, il caso della  Fibronit di Bari il cronista puntuale,  come se  volesse un effetto catartico lascia il posto allo scrittore,  racconta  “per non dimenticare”  la storia di un percorso d’amore, di denuncia, di dolore, di morte, ma alla fine di crescita e riscatto civile capace di affermarsi nonostante persino le vittime designate perché esposte ai veleni di una vecchia fabbrica d’amianto appaiano chi assente, chi addirittura ostile, preda di un misterioso ricatto che determina, apparentemente contro ogni logica, la sopravvivenza per oltre vent’anni di una discarica di rifiuti cancerogeni tra le case.

Ci racconta della crescita civile degli operai, dei cittadini, della consapevolezza che l’amianto non solo fa male , ma che uccide non solo le persone che ne vengono a contatto ma soprattutto i loro progetti di vita.

Dalla denuncia del caso Fibronit nasce un lungo percorso di riscatto civile e  di ricerca personale. C’è un misterioso patto che tiene insieme gli ex operai sopravvissuti  e il destino futuro dei suoli della fabbrica abbandonata. Un patto che affonda le sue radici nell’illusione del progresso. Tanti si sono legati a questa promessa convinti di poterne ricevere protezione, conforto e un futuro per i propri figli. Ma il patto è un imbroglio e insieme una maledizione, che colpisce soprattutto chi si dimostra più fedele e leale.

In tredici anni di storia, viaggiando tra Bari, Matera, Broni, Casale Monferrato, Torino, Lecco, Bergamo e Milano, si intrecciano le vicende professionali e umane di un gruppo di persone (il Giornalista, il Biondo, il Baffo, lo Smilzo, il Sornione, l’Assessore e il protagonista, voce narrante) :  lo zoccolo duro del Comitato Cittadino . In principio sospettose l’una dell’altra, vengono chiamate quasi inconsapevolmente a stringere una catena di amicizia e solidarietà per fare i conti con una città lontana, ostile e spesso rassegnata. Una città che non vuole vedere i rischi ambientali e igienico sanitari ai quali, se non si intervenisse presto con una bonifica, almeno altre due generazioni sarebbero consegnate al rischio amianto ,come i dati del C.O.R Puglia hanno evidenziato in questi anni.

Il mistero della Fibronit, alla fine, si svela solo grazie al senso della maternità e alla profondità del femminile. Sono madri, mogli, figlie e vedove delle vittime (quasi ormai 400 tra gli operai, ma a decine anche nella popolazione, tra coloro che non hanno mai lavorato alla Fibronit) a consentire – attraverso la loro testimonianza di vita capace di evocare una grande stagione di energia, amore, pietà e speranza – di risalire alle tante verità inconfessate e crudeli che appartengono agli uomini della fabbrica dell’amianto. Sarà una donna, dopo dieci anni di rivendicazioni, delusioni, tradimenti, tentativi di corruzione, sequestri e processi penali, a riuscire finalmente nel compito di riscattare le attese frustrate dei protagonisti e portare a compimento l’iter per la  bonifica. Un traguardo raggiunto dolorosamente, con decine di vittime lasciate colpevolmente per strada e consegnate alla memoria, di altre che purtroppo rimarranno coinvolte dagli effetti patologici dell’amianto per  cui si chiede alle Istituzioni  che si facciano carico  della ricerca di una cura del   mesotelioma, anche  per evidenziare  la possibilità della costruzione di un nuovo senso di comunità.

Il libro verrà presentato dall’Autore il giorno 11 Dicembre 2013 alle ore 18 presso l’aula consiliare del Comune  sita in Corso Vittorio Emanule II a Bari.

 

  

 

 

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Pubblicato da admin il 22 novembre 2013

 

Quale speranza per l'uomo,oggi?E’ il grande tema del Meeting del Volontariato 2013, l’appuntamento  annuale delle associazioni di volontariato  coordinate dal C.S.V. ( Centro di Servizi del Volontariato ”San Nicola”)  che si svolgerà a Bari il 23 e 24 Novembre  presso la Cittadella Mediterranea della Scienza Viale Biagio Accolti Gil,2 (zona industriale ex C.I.A.P.I.).

Il meeting  non è solo un grande evento di promozione  della solidarietà ma è il   momento d’ incontro, riflessione ,scoperta in cui tutte le associazioni si riconoscono.

La domanda :” quale speranza per l’uomo oggi” è il tema di questa settima edizione

Lo stesso tema sarà sviscerato nei vari convegni in cui si svilupperanno le relative  tematiche intorno all’Uomo:

  • Quale speranza per il Lavoro
  • Quale speranza  per le Istituzioni
  • Quale speranza  per l’Impresa
  • Quale speranza  per la Scuola
  • Quale speranza  per la Famiglia

domande a cui tenteranno di rispondere i partecipanti .

Non mancheranno momenti di svago con il concerto di Erica Mou ( sabato 23 ore 20,30 Sala Cittadella) cantautrice che con la sua voce soave si sta proponendo come una delle più interessanti nel panorama musicale italiano.

Ci sarà uno spazio dedicato ai bimbi e per rendere più condiviso il percorso del meeting gareggeranno fra loro le varie associazioni andando allo “sbaraglio” misurandosi nel Canto, ballo, imitazioni, barzellette per contendersi il titolo di volontario creativo 2013.

Qui il programma-meeting

La nostra associazione parteciperà al meeting, saremo allo stand n.44 , per continuare nell’opera di sensibilizzazione sugli effetti patologici dell’amianto.

 Come raggiungere il meeting:

IN AUTO
Coordinate GPS: 
41″ 07′ 22,96″ N 16″ 39′ 00,99″ E

Provenendo da Nord:

Prendere l’uscita 5 verso Bari Centro/Bari S. Paolo/Interporto
Entrare in Strada Vicinale del Tesoro
Svoltare a sinistra e imboccare Viale Biagio Accolti Gil
Provenendo da Sud:
Prendere l’uscita 6 verso Bari
Svoltare a destra e imboccare Via la Rotella Pasquale
Continuare su Viale Guglielmo Lindemann
Svoltare a destra e imboccare Viale Francesco Fuzio
Alla rotonda prendere la 2a uscita e imboccare Viale Biagio Accolti
 Gil

CON I BUS
Linea 13:
 P.zza Moro – San Paolo (Cap. via Dalfino)
Linea 53: P.zza Moro – S. Girolamo-Fesca – Via De Blasi

Cittadella della scienza

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La Gazzetta del Mezzogiorno del 18 Aprile 1974

La Gazzetta del Mezzogiorno del 18 Aprile 1974

Con il bando di gara per la messa in sicurezza definitiva, la “vicenda Fibronit” sembrerebbe in dirittura d’arrivo .

La richiesta della messa in sicurezza risale al 1995 ma la pericolosità del sito si conosceva sin dagli anni ’70 del secolo scorso, quando gli operai dell’allora Cementifera Italiana Fibronit SpA (ex Sapic) ricorrevano al Pretore Dr.Vincenzo Binetti  per “la gravissima situazione che regna in fabbrica sotto il profilo dell’igiene e della sicurezza del Lavoro” e dove i “dipendenti continuano ad ammalarsi e a morire.

     Questa che potrebbe sembrare una dichiarazione allarmistica e demagogica, è invece probabilmente inadeguata solo per difetto, alla gravissima situazione che regna in fabbrica sotto il profilo dell’igiene e della sicurezza nell’ambito del lavoro.

    La vicenda non è nuova. Come risulta dai ritagli di stampa [..]da tempo i dipendenti hanno impostato, sul piano sindacale rivendicativo, il  problema della Salute sul posto di lavoro.

 Ed ancora  “ Hanno sostenuto lotte durissime culminate nel gennaio-febbraio del 1972, in agitazioni, assemblee e scioperi, che hanno registrato l’unanime adesione dei lavoratori”.

Il ricorso all’Ill. Sig. Pretore era stato rivolto da 128 operai, organizzazioni sindacali rappresentati dai  loro avvocati.

Nell’esposto si chiedeva che fosse eseguita un’ispezione giudiziale nella fabbrica con l’ausilio d’idonei consulenti tecnici per eseguire i dovuti accertamenti sui tassi di polverosità nei vari reparti e sulle singole produzioni.

Alcuni momenti dell'ispezione in fabbrica eseguita dal Pretore di Bari, dott.Vincenzo Binetti.

Alcuni momenti dell’ispezione in fabbrica eseguita dal Pretore di Bari, dott.Vincenzo Binetti.

 

L’intervento presso l’Autorità Giudiziaria rappresentava un successivo momento della lotta che da anni gli operai conducevano contro la direzione dell’azienda dove si producevano manufatti di cemento amianto, i quali  sprigionavano polveri che provocavano una grave malattia denominata asbestosi : malattia che aveva già provocato nell’arco di 10 anni ben 15 vittime.

La stessa ordinanza confermava ,in data 10.04.1974, che  fossero verificati “lo stato dei luoghi e la qualità e condizione all’interno della fabbrica, posto che a partire dal 1971 erano stati accertati con allarmante progressione numerosi casi di malattie professionali, particolarmente di asbestosi, alcuni sfociati nel decesso dei lavoratori colpiti.”

La fabbrica iniziò la sua attività, precisamente nel 1935, sarebbe durata fino al 1985, occupando un’area di circa 100.000 metri quadri e impiegando mediamente 400 lavoratori. Essa fu collocata al di fuori dell’area urbana, tuttavia nei decenni successivi, la città ha finito con  inglobare la fabbrica in una progressiva espansione verso Sud, durata fino ai primi anni Novanta. Durante il boom economico e edilizio degli anni Cinquanta e Sessanta, proprio in questa zona sono  stati , infatti, costruiti  numerosi palazzi di edilizia popolare: appartamenti a basso costo che attrassero principalmente, agli inizi, gli operai della fabbrica, i quali, assieme alle loro famiglie, si trasferirono nelle immediate vicinanze del luogo di lavoro. Alcuni lavoratori con le rispettive famiglie hanno vissuto proprio all’interno dello stabilimento, abitando negli appartamenti messi a disposizione dalla compagnia . Quella che era aperta campagna, in un paio di decenni, è andata trasformandosi in una zona densamente popolata; sono sorti grandi condomini, cooperative, ma anche numerosi servizi, scuole, attività commerciali, uno studentato universitario, anche un campo nomadi non autorizzato, sgomberato e spostato appena un po’ più in là. Tutto ciò letteralmente a ridosso di quello che oggi è considerato un sito d’inquinamento ambientale di rilevanza nazionale.

Inoltre, via Caldarola, dove sorge lo stabilimento, ha rappresentato, ed è tuttora, una delle principali strade di una città squarciata dai binari di una ferrovia che divide il centro da quella che ormai non può più essere considerata periferia . Una strada, attraversata ogni giorno da centinaia di automobilisti e pedoni. Presso lo stabilimento si producevano molti manufatti in cemento-amianto (tubi, lastre ondulate, vasche, manicotti, etc… ), impiegati massicciamente in edilizia. L ’amianto utilizzato proveniva per la maggior parte dalla cava di Balangero, dall’Australia e dall’attuale Zimbabwe.

Il cemento-amianto era costituito per il 15/20 per cento da amianto e per il resto da cemento .

da sinistra: i laboratori MeleValerio,Scardicchio del Consiglio di Fabbrica,il Prof.Antonio Grieco,la dott.ss a Marina Musti, Il prof. Nicola Zurlo e il prof.Marroni consulente medico dell'INCA-CGIL centrale

da sinistra: i lavoratori Mele,Valerio, Scardicchio del Consiglio di Fabbrica,il prof.Antonio Grieco,la dott.ssa Marina Musti, Il prof. Nicola Zurlo e il prof.Marroni consulente medico dell’INCA-CGIL centrale

La lavorazione, nelle sue varie fasi, avveniva senza alcuna prevenzione e, pertanto, senza alcuna garanzia nel suo impatto ambientale: le operazioni di trasporto e la manipolazione del minerale determinavano una notevole dispersione di polveri, minacciando la salubrità sia del luogo di lavoro sia delle aree adiacenti alla stessa fabbrica.

L’amianto era trasportato in sacchi di juta, quindi sottoposto alla sminuzzatura e cardatura ad umido per separarne le fibre, per poi essere miscelato con cemento e impastato con acqua. Dopo la stagionatura, i manufatti erano rettificati al tornio e segati a secco. È difficile immaginare quanta polvere potesse disperdersi durante questo ciclo.

Soltanto nel 1967 si apportarono alcune parziali modifiche al processo produttivo: il trasporto adesso avveniva con l’ausilio di mezzi meccanici proprio per diminuire (seppur di poco) la dispersione delle polveri.
 I provvedimenti adottati dall’azienda non furono  ritenuti sufficienti e idonei  dai lavoratori tant’è che si rivolsero al Pretore.

Nel 1975, lo stesso anno delle prime denunce della totale inesistenza di  misure di sicurezza sul luogo di lavoro, da parte dei sindacati, fu  rilevata la presenza di polveri nell’aria non solo della fabbrica, ma anche nelle zone limitrofe, già ad alta densità abitativa.

L’ex Sapic (Società Adriatica Prodotti in cemento-amianto)  per decenni ha anche stoccato rifiuti di lavorazione e scarti di produzione, colmando aree depresse e livellando ampie zone di territorio sia per recuperare superfici utili alla movimentazione di mezzi meccanici sia per la costruzione di nuovi capannoni.

La Fibronit , nel corso della sua attività produttiva, ha adibito intere aree a discarica di rifiuti e scarti di lavorazione, in quanto non erano stati previsti sistemi di raccolta e smaltimento degli stessi, mancava, fra l’altro, una normativa che regolamentasse le procedure in tal senso .Anche altre aree della città, esterne alla fabbrica furono ripetutamente utilizzate come discarica abusiva.

La signora  Franca Maria Bortone, vedova dell’avvocato Gaetano Volpe, uno dei principali punti di riferimento delle lotte sindacali a Bari negli anni Settanta, soprattutto per quanto riguarda il “caso Fibronit”, racconta che “quelli della Fibronit andavano a scaricare direttamente a mare il materiale di risulta contenente amianto, sul Lungomare verso Torre a Mare.

I Baresi lo sapevano che quella era una zona malsana, te ne accorgevi dal pessimo odore, lì ci scaricava non solo la fogna, per questo furono scettici, in un primo momento, quando il Comune decise di costruire proprio lì un’area attrezzata per la balneazione. Sulla spiaggia c’erano pezzi d’amianto grandi come pietre che venivano prelevati tranquillamente dai cittadini per utilizzarli come rivestimento dei pozzi delle loro ville, infatti l’amianto è bello a vedersi, argentato com’ è” .

Sulla beffarda quanto drammatica questione di come si sia  costruito  un’area attrezzata per la balneazione proprio in quella parte del Lungomare, nei pressi di Torre Quetta, senza che il territorio fosse prima bonificato, anche se collegato alla vicenda Fibronit ,torneremo in seguito ,poiché Torre Quetta  è un’altra storia ,che dice molto della mancata consapevolezza e percezione dei rischi per la Salute da parte degli amministratori pubblici.

Come pure ritorneremo in seguito a spiegare del perché , dopo la chiusura dello stabilimento nel 1989, l’opera di una parziale messa in sicurezza del soprasuolo sia stata ultimata solo nel 2007, dopo tante pressioni da parte , ma non solo, delle organizzazioni cittadine e dopo tante morti causate da malattie asbesto-correlate, soprattutto la peggiore, il mesotelioma pleurico. Gli anni dalla chiusura dello stabilimento alla messa in sicurezza provvisoria evidenzieranno le responsabilità più̀ propriamente politiche della gestione del sito Fibronit, durante e, soprattutto, dopo la sua attività̀ produttiva.

Qui si vuole evidenziare di come la battaglia , contro gli effetti patologici dell’amianto, sia iniziata prima che la risonanza mediatica del processo Eternit di Torino ,con la pluriennale lotta degli operai e abitanti di Casale Monferrato tramite l’Associazione Famigliari Vittime Amianto  , la portasse all’attenzione mondiale.

Di come la stessa lotta ebbe inizio proprio dalle lotte e rivendicazioni degli operai baresi, i quali  prima di essere elencati nel C.O.R. (Centro Operativo Regionale) del Re.na.m (Registro Nazionale Mesotelioma) firmarono quel ricorso al Pretore aprendo la strada affinché le leggi  sulla sicurezza dei luoghi di lavoro trovassero piena applicazione, tanto da far dire al Procuratore Generale della Repubblica della Corte di Appello di Bari dott. Ignazio De felice :

” Non deve essere più consentito che alla logica del massimo profitto sia sacrificata ogni elementare preoccupazione dell’incolumità personale degli uomini addetti al lavoro”

Correva l’anno giudiziario 1975.

Credits immagini : Archivio Comitato Cittadino Fibronit 

Credits ricerca : Agata Mazzeo
Università di Amsterdam – Master in Antropologia Medica
Studiosa di questioni politiche e sociali
legate all’amianto e familiare di una vittima.

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Pubblicato da admin il 5 giugno 2013

 

“Sono molto soddisfatta  perché vicende come queste restituiscono un senso alla politica. ..”

Sono le prime parole dette dall’assessore all’Ambiente del Comune di Bari Maria Maugeri,nel presentare l’imminente bando di gara per la bonifica definitiva del SIN (Sito Interesse Nazionale) della Fibronit di Bari. Ne ha ben ragione ,a definirsi soddisfatta l’assessore,la “questione Fibronit” si trascina dal 1995 quando dei giovani laureandi in Geologia appartenenti all’associazione Anarres portarono all’attenzione dell’opinione pubblica,con articoli di stampa,lo stato di degrado in cui versava  lo stabilimento di Via Caldarola,che  presentandosi  come una discarica a cielo aperto ,metteva a rischio la salute dei cittadini.  Qui  vi sono le date temporali che hanno caratterizzato la vicenda Fibronit, ma le tappe principali che hanno portato alla decisione finale della costruzione di un parco, se mette in evidenza le lotte che cittadini ed associazioni hanno fatto per raggiungere tale risultato,non rendono completamente l’idea delle sofferenze e dolore che gli effetti patologici dell’amianto hanno arrecato e purtroppo produrranno  ancora. In questa pagina, aiutandoci con i resoconti dei giornali dell’epoca, metteremo in evidenza di come sia stato difficile sensibilizzare l’opinione pubblica e come solo  la consapevolezza e la percezione del rischio dei cittadini,riunitisi nel Comitato Cittadino Fibronit , possano modificare  il corso degli eventi  e lottare affinché il diritto alla Salute si confermi  bene non negoziabile,anche nei confronti di amministrazioni pubbliche  che l’hanno posposto  nel corso del tempo  al lavoro o al profitto.

 

 

 

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Pubblicato da admin il 28 aprile 2013

Oggi più che mai vivo con ogni parte di me stessa questo giorno di memoria di quanti sono stati strappati via da artigli invisibili, dalla sottilissima polvere d’amianto così come dalle meschine logiche di un folle profitto che si è letteralmente mangiato quanti hanno contribuito a farlo accrescere o ha divorato chi, per sua sfortuna e spesso a sua insaputa, si è trovato invischiato in un disastro ambientale, sociale e personale dal quale non s’è potuto fuggire.

Oggi si ricordano uomini e donne strappati via, troppo presto e ingiustamente, dai loro affetti, dai loro sogni, dalle possibilità straordinarie di vivere ancora nuovi, meravigliosi incontri.

Non conta l’età, la provenienza, l’entità del disastro.

In Italia ogni anno muoiono più di tremila persone a causa dell’amianto.

Questi numeri, per chi resta, rappresentano un vuoto incolmabile, legami insostituibili.

Ricordare non è facile. Ricordare fa male, richiama alla mente dolore e senso d’impotenza dinanzi a malattie logoranti come quelle asbesto-correlate che ti soffocano e ti tolgono il respiro.

Chi ricorda, nonostante la sofferenza che inevitabilmente torna ad attanagliare, non deve essere lasciato solo.

Chi ricorda per denunciare l’ingiustizia subita, va ascoltato.

Chi ricorda per cercare di costruire dalle macerie qualcosa di bello, va aiutato e spronato ad andare avanti.

La morte di una persona che amiamo ci destabilizza, ci priva di qualcosa che per noi era preziosa.

La consapevolezza che a portarcela via siano state delle cause ben precise, legate alla lavorazione criminale dell’amianto, può condizionare i percorsi intrapresi da chi resta per mantenere saldo un legame con chi, irrimediabilmente, non è più con noi.

Oggi io ricordo la dignità di chi ancora indossa la tuta blu per denunciare la violenza subita; ricordo gli occhi pieni di lacrime di una sorella; l’amore di una donna la cui voce è ancora rotta dai singhiozzi per aver perso il marito oltre vent’anni fa; gli occhi spenti di chi non ce la fa più a sopportare il vuoto lasciato dalla perdita di un numero spietato di propri cari, a causa dell’amianto.

Oggi io ricordo il dolore di chi resta. Un dolore inconsolabile. Un dolore che non conosce prescrizione. Un dolore che non si dà pace, ma che grazie alla forza e alla tenacia di uomini e donne, non si esaurisce nel privato ma sfocia nelle diverse forme di lotte civili e di denuncia della pericolosità dell’amianto. Tuttavia, la lotta non allevia il dolore intimo, privato, che logora.

Oggi io ricordo i troppi che non ci sono più e abbraccio chi lotta, nonostante, anzi proprio a partire dalla sofferenza che si continua a patire nelle diverse città, quartieri, e corsie d’ospedale.

Abbraccio te, Lillo, e abbraccio Mariuccia, Giuliana, Linda, Romana e i tanti altri che ho avuto l’onore di incontrare e attraverso i quali ho potuto conoscere chi a causa dell’amianto non c’è più, ma che continua ad essere costantemente presente in atti e parole d’amore che vanno al di là della sfera privata. La mia speranza ed il mio sostegno sono rivolti a queste lotte, quotidiane, private e collettive, perché possano attraversare le distanze più lontane.

 

Con affetto,

Agata Mazzeo

Amsterdam, 28 aprile 2013

Pubblicato da admin il 19 aprile 2013

 

 

 

E’ dal 2005 che il 28 Aprile   ricorre la  giornata del Ricordo delle vittime dell’amianto da quando  a Porto Allegre, in Brasile, nell’ambito del Forum Mondiale sull’amianto, fu  proposta dall’ABREA (Associazione Brasiliani Esposti Amianto) una giornata da dedicare alla memoria delle persone morte a causa di questo materiale.

Successivamente  in occasione della Conferenza Europea sull’amianto tenutasi a Bruxelles il 22  settembre 2005 , tale proposta è stata  assunta e ribadita anche in quella  Sede,  stabilendone  la commemorazione  il 28 Aprile di ogni anno, in quanto concomitante con la ‘Giornata Mondiale per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro’.

 

L’Associazione Familiari Vittime dell’amianto di Bari unitamente al   Comitato Cittadino Fibronit

si riuniranno alle ore 17 presso i locali (Sala Angelo Moscati) della  Parrocchia San Sabino ( Viale Caduti del 28 Luglio 1943 n. 5 Bari)    per  ricordare i tanti associati vittime degli effetti patologici dell’amianto.

L’Associazione ed il Comitato ritenendo  che l’intento della  celebrazione commemorativa non sia solo  quello di ricordare a tutta l’opinione pubblica la gravità della catastrofe sanitaria ed ambientale che l’utilizzo dell’amianto ha comportato e che tuttora continua a comportare , si soffermeranno e  discuteranno del nuovo Piano nazionale Amianto ed in particolar modo la parte inerente alla Ricerca della cura del Mesotelioma e lo stato dell’arte della bonifica del maggior sito inquinato della nostra Città,la Fibronit.

 

“La ricerca deve curare le malattie ed il mesotelioma in particolare,  ma anche indicare alle istituzioni come recepire  le evidenze scientifiche  per prevenire una lotta ancora difficile e dolorosa. Su questo fronte  c’ è forse ancor più da fare che nei laboratori.”

 

 

 

Il Ricordo delle vittime verrà completato con la funzione liturgica della Santa Messa che si terrà alle ore 19 presso la Chiesa di San Sabino.

 Lillo Mendola                                                                          Nicola Brescia

Associazione Familiari Vittime Amianto              Comitato Cittadino Fibronit

 

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Pubblicato da admin il 1 marzo 2013

Vorrei esprimere la partecipazione dell’Associazione Familiari vittime Amianto di Bari di cui Antonio e Rosa fanno parte ed  insieme a tante famiglie,  a Bari come  nel resto d’Italia e nel Mondo, sono  devastate dagli effetti patologici dell’amianto.

La molla che ha fatto scattare l’esigenza di costituire  l’associazione  è stata una frase sentita in una conferenza sullo stato dell’aria attorno alla fibronit dopo che era stato messo in sicurezza il sito, tenutasi nella Parrocchia San Sabino diventata poi la nostra sede e centro di ascolto per le persone che venivano coinvolte .

la frase diceva più o meno così:

“la situazione è sotto controllo, dai rilevamenti effettuati non vi sono motivi di preoccupazione, certo ci possono essere sempre dei colpi di coda pregressi….”.

In quella frase ci è sembrato sottintesa la rinuncia a contrastare la malattia.

Questo modo un po’ burocratico di minimizzare i rischi ed esorcizzarne per così dire  la sofferenza è stato uno dei motivi per cui è nata l’associazione , per fare in modo che ,sulla scorta dell’esperienza di ognuno di noi, chi si ammala di Mesotelioma  avesse un percorso terapeutico degno di questo nome,aiutato da coloro i quali hanno messo a disposizione la loro esperienza con la malattia .

Antonio oltre che a respirare l’amianto,ne è stato a contatto  lavorandovi ,ignaro dei suoi  effetti perversi ,eppure la società pubblica in cui ha lavorato per 40 anni sapeva che i suoi dipendenti erano a contatto di questo serial killer,il colpo di coda l’ha sentito 40 anni più tardi, subito dopo essere andato in Pensione,nel momento in cui doveva riprogrammare la propria Vita,quando dopo una vita di onesto lavoro, doveva coltivare i suoi hobby quali la musica, gli amici,le giornate al terzo pontile,il suo vero domicilio nella lunga stagione estiva che caratterizza la nostra Città.

Eppure nonostante la gravità della malattia diagnosticata,ha lottato ed aiutato anche gli altri,si è sottoposto a cure sperimentali,sicuro in questo modo di aiutare la Ricerca di una Cura ,e fare si che altri potessero un domani usufruire del suo consapevole contributo.

Personalmente,devo dire che ho una grande pena nel cuore, poiché ho avuto la fortuna di conoscere una persona che aveva  carattere,umanità e sostanza di pensiero,in questi due anni dalla diagnosi di mesotelioma  era Lui che ha aiutato me e con il suo esempio ci aiuterà ancora per  fare in modo  che possiamo sostenere quanti  vengono  coinvolti nel dramma che il mesotelioma comporta, non solo per l’ammalato ma anche in chi vive attorno, annullandone  i progetti di vita .

Grazie Antonio, per te l’estate è già arrivata sei già nella spiaggia di Pane e pomodoro,nel tuo angoletto del terzo pontile,di fronte a San Sabino dove noi continueremo ad incontrarci e dove troverai l’abbraccio e la comprensione  di Angela, Lilli,  Lucia, Grazia, Elsa,Ernesto , Gennaro ,Vito , Salvatore , Antonio, Guido  e di tutti gli altri con i quali  abbiamo avuto l’onore di percorrere insieme un tratto di cammino di cui custodiremo un dolce e intenso ricordo.

Ciao Antonio , Ciao Che Guevara

 

Bari 25 febbraio 2013

Chiesa Mater Ecclesiae

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