La Gazzetta del Mezzogiorno del 18 Aprile 1974

La Gazzetta del Mezzogiorno del 18 Aprile 1974

Con il bando di gara per la messa in sicurezza definitiva, la “vicenda Fibronit” sembrerebbe in dirittura d’arrivo .

La richiesta della messa in sicurezza risale al 1995 ma la pericolosità del sito si conosceva sin dagli anni ’70 del secolo scorso, quando gli operai dell’allora Cementifera Italiana Fibronit SpA (ex Sapic) ricorrevano al Pretore Dr.Vincenzo Binetti  per “la gravissima situazione che regna in fabbrica sotto il profilo dell’igiene e della sicurezza del Lavoro” e dove i “dipendenti continuano ad ammalarsi e a morire.

     Questa che potrebbe sembrare una dichiarazione allarmistica e demagogica, è invece probabilmente inadeguata solo per difetto, alla gravissima situazione che regna in fabbrica sotto il profilo dell’igiene e della sicurezza nell’ambito del lavoro.

    La vicenda non è nuova. Come risulta dai ritagli di stampa [..]da tempo i dipendenti hanno impostato, sul piano sindacale rivendicativo, il  problema della Salute sul posto di lavoro.

 Ed ancora  “ Hanno sostenuto lotte durissime culminate nel gennaio-febbraio del 1972, in agitazioni, assemblee e scioperi, che hanno registrato l’unanime adesione dei lavoratori”.

Il ricorso all’Ill. Sig. Pretore era stato rivolto da 128 operai, organizzazioni sindacali rappresentati dai  loro avvocati.

Nell’esposto si chiedeva che fosse eseguita un’ispezione giudiziale nella fabbrica con l’ausilio d’idonei consulenti tecnici per eseguire i dovuti accertamenti sui tassi di polverosità nei vari reparti e sulle singole produzioni.

Alcuni momenti dell'ispezione in fabbrica eseguita dal Pretore di Bari, dott.Vincenzo Binetti.

Alcuni momenti dell’ispezione in fabbrica eseguita dal Pretore di Bari, dott.Vincenzo Binetti.

 

L’intervento presso l’Autorità Giudiziaria rappresentava un successivo momento della lotta che da anni gli operai conducevano contro la direzione dell’azienda dove si producevano manufatti di cemento amianto, i quali  sprigionavano polveri che provocavano una grave malattia denominata asbestosi : malattia che aveva già provocato nell’arco di 10 anni ben 15 vittime.

La stessa ordinanza confermava ,in data 10.04.1974, che  fossero verificati “lo stato dei luoghi e la qualità e condizione all’interno della fabbrica, posto che a partire dal 1971 erano stati accertati con allarmante progressione numerosi casi di malattie professionali, particolarmente di asbestosi, alcuni sfociati nel decesso dei lavoratori colpiti.”

La fabbrica iniziò la sua attività, precisamente nel 1935, sarebbe durata fino al 1985, occupando un’area di circa 100.000 metri quadri e impiegando mediamente 400 lavoratori. Essa fu collocata al di fuori dell’area urbana, tuttavia nei decenni successivi, la città ha finito con  inglobare la fabbrica in una progressiva espansione verso Sud, durata fino ai primi anni Novanta. Durante il boom economico e edilizio degli anni Cinquanta e Sessanta, proprio in questa zona sono  stati , infatti, costruiti  numerosi palazzi di edilizia popolare: appartamenti a basso costo che attrassero principalmente, agli inizi, gli operai della fabbrica, i quali, assieme alle loro famiglie, si trasferirono nelle immediate vicinanze del luogo di lavoro. Alcuni lavoratori con le rispettive famiglie hanno vissuto proprio all’interno dello stabilimento, abitando negli appartamenti messi a disposizione dalla compagnia . Quella che era aperta campagna, in un paio di decenni, è andata trasformandosi in una zona densamente popolata; sono sorti grandi condomini, cooperative, ma anche numerosi servizi, scuole, attività commerciali, uno studentato universitario, anche un campo nomadi non autorizzato, sgomberato e spostato appena un po’ più in là. Tutto ciò letteralmente a ridosso di quello che oggi è considerato un sito d’inquinamento ambientale di rilevanza nazionale.

Inoltre, via Caldarola, dove sorge lo stabilimento, ha rappresentato, ed è tuttora, una delle principali strade di una città squarciata dai binari di una ferrovia che divide il centro da quella che ormai non può più essere considerata periferia . Una strada, attraversata ogni giorno da centinaia di automobilisti e pedoni. Presso lo stabilimento si producevano molti manufatti in cemento-amianto (tubi, lastre ondulate, vasche, manicotti, etc… ), impiegati massicciamente in edilizia. L ’amianto utilizzato proveniva per la maggior parte dalla cava di Balangero, dall’Australia e dall’attuale Zimbabwe.

Il cemento-amianto era costituito per il 15/20 per cento da amianto e per il resto da cemento .

da sinistra: i laboratori MeleValerio,Scardicchio del Consiglio di Fabbrica,il Prof.Antonio Grieco,la dott.ss a Marina Musti, Il prof. Nicola Zurlo e il prof.Marroni consulente medico dell'INCA-CGIL centrale

da sinistra: i lavoratori Mele,Valerio, Scardicchio del Consiglio di Fabbrica,il prof.Antonio Grieco,la dott.ssa Marina Musti, Il prof. Nicola Zurlo e il prof.Marroni consulente medico dell’INCA-CGIL centrale

La lavorazione, nelle sue varie fasi, avveniva senza alcuna prevenzione e, pertanto, senza alcuna garanzia nel suo impatto ambientale: le operazioni di trasporto e la manipolazione del minerale determinavano una notevole dispersione di polveri, minacciando la salubrità sia del luogo di lavoro sia delle aree adiacenti alla stessa fabbrica.

L’amianto era trasportato in sacchi di juta, quindi sottoposto alla sminuzzatura e cardatura ad umido per separarne le fibre, per poi essere miscelato con cemento e impastato con acqua. Dopo la stagionatura, i manufatti erano rettificati al tornio e segati a secco. È difficile immaginare quanta polvere potesse disperdersi durante questo ciclo.

Soltanto nel 1967 si apportarono alcune parziali modifiche al processo produttivo: il trasporto adesso avveniva con l’ausilio di mezzi meccanici proprio per diminuire (seppur di poco) la dispersione delle polveri.
 I provvedimenti adottati dall’azienda non furono  ritenuti sufficienti e idonei  dai lavoratori tant’è che si rivolsero al Pretore.

Nel 1975, lo stesso anno delle prime denunce della totale inesistenza di  misure di sicurezza sul luogo di lavoro, da parte dei sindacati, fu  rilevata la presenza di polveri nell’aria non solo della fabbrica, ma anche nelle zone limitrofe, già ad alta densità abitativa.

L’ex Sapic (Società Adriatica Prodotti in cemento-amianto)  per decenni ha anche stoccato rifiuti di lavorazione e scarti di produzione, colmando aree depresse e livellando ampie zone di territorio sia per recuperare superfici utili alla movimentazione di mezzi meccanici sia per la costruzione di nuovi capannoni.

La Fibronit , nel corso della sua attività produttiva, ha adibito intere aree a discarica di rifiuti e scarti di lavorazione, in quanto non erano stati previsti sistemi di raccolta e smaltimento degli stessi, mancava, fra l’altro, una normativa che regolamentasse le procedure in tal senso .Anche altre aree della città, esterne alla fabbrica furono ripetutamente utilizzate come discarica abusiva.

La signora  Franca Maria Bortone, vedova dell’avvocato Gaetano Volpe, uno dei principali punti di riferimento delle lotte sindacali a Bari negli anni Settanta, soprattutto per quanto riguarda il “caso Fibronit”, racconta che “quelli della Fibronit andavano a scaricare direttamente a mare il materiale di risulta contenente amianto, sul Lungomare verso Torre a Mare.

I Baresi lo sapevano che quella era una zona malsana, te ne accorgevi dal pessimo odore, lì ci scaricava non solo la fogna, per questo furono scettici, in un primo momento, quando il Comune decise di costruire proprio lì un’area attrezzata per la balneazione. Sulla spiaggia c’erano pezzi d’amianto grandi come pietre che venivano prelevati tranquillamente dai cittadini per utilizzarli come rivestimento dei pozzi delle loro ville, infatti l’amianto è bello a vedersi, argentato com’ è” .

Sulla beffarda quanto drammatica questione di come si sia  costruito  un’area attrezzata per la balneazione proprio in quella parte del Lungomare, nei pressi di Torre Quetta, senza che il territorio fosse prima bonificato, anche se collegato alla vicenda Fibronit ,torneremo in seguito ,poiché Torre Quetta  è un’altra storia ,che dice molto della mancata consapevolezza e percezione dei rischi per la Salute da parte degli amministratori pubblici.

Come pure ritorneremo in seguito a spiegare del perché , dopo la chiusura dello stabilimento nel 1989, l’opera di una parziale messa in sicurezza del soprasuolo sia stata ultimata solo nel 2007, dopo tante pressioni da parte , ma non solo, delle organizzazioni cittadine e dopo tante morti causate da malattie asbesto-correlate, soprattutto la peggiore, il mesotelioma pleurico. Gli anni dalla chiusura dello stabilimento alla messa in sicurezza provvisoria evidenzieranno le responsabilità più̀ propriamente politiche della gestione del sito Fibronit, durante e, soprattutto, dopo la sua attività̀ produttiva.

Qui si vuole evidenziare di come la battaglia , contro gli effetti patologici dell’amianto, sia iniziata prima che la risonanza mediatica del processo Eternit di Torino ,con la pluriennale lotta degli operai e abitanti di Casale Monferrato tramite l’Associazione Famigliari Vittime Amianto  , la portasse all’attenzione mondiale.

Di come la stessa lotta ebbe inizio proprio dalle lotte e rivendicazioni degli operai baresi, i quali  prima di essere elencati nel C.O.R. (Centro Operativo Regionale) del Re.na.m (Registro Nazionale Mesotelioma) firmarono quel ricorso al Pretore aprendo la strada affinché le leggi  sulla sicurezza dei luoghi di lavoro trovassero piena applicazione, tanto da far dire al Procuratore Generale della Repubblica della Corte di Appello di Bari dott. Ignazio De felice :

” Non deve essere più consentito che alla logica del massimo profitto sia sacrificata ogni elementare preoccupazione dell’incolumità personale degli uomini addetti al lavoro”

Correva l’anno giudiziario 1975.

Lillo Mendola

 

Credits immagini : Archivio Comitato Cittadino Fibronit 

Credits ricerca : Agata Mazzeo
Università di Amsterdam – Master in Antropologia Medica
Studiosa di questioni politiche e sociali
legate all’amianto e familiare di una vittima.

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